Wednesday, March 27, 2013

Dalla A alla Z

Bisogna fare attenzione ai desideri che si esprimono e a con chi si condividono.  Un mesetto fa, chiacchierando con una contadina che alleva pecore, a da cui compro l'agnello per Pasqua, mi e' scappato detto che uno di questi giorni mi piacerebbe imparare a filare.  Cosi' mi ha fatto una mezza promessa che mi avrebbe portato un po' di lana.  Io ci ho fatto poco caso perche' a volte le promesse fatte in mezzo alle chiacchiere si dimenticano.  Dopo un paio di settimane, durante l'incontro settimanale per andare a prendere la verdura che facciamo in cooperativa, la suddetta mi e' arrivata con un sacco alto mezza me pieno di lana.  Tosatura di due pecore, una bianca e una nera.  Devo dire che ho deglutito, spero non vistosamente, un nodo di sorpresa che mi si era formato in gola.  Prima di tutto, dove la metto?  Questo sacco enorme che come previsto ha stuzzicato la curiosita' dei due quadrupedi di casa, non so proprio dove metterlo.  Per un po' e' stato parcheggiato in camera e poi infilato nella camera degli ospiti che a questo punto non puo' proprio ospitare nessuno tanto piena che e' di tutto quello che non ha un posto suo.  Sinceramente un sacco enorme cosi' non me l'aspettavo, mi sarei aspettata magari un batuffolo grande un sacco della spesa al massimo.   Seconda di poi, non so proprio da dove cominciare.  La lana e' stata tosata e messa li', quindi e' sempre grezza, non lavata ed ha un certo odore di campo.  Pensare di lavarla tutta in una volta mi da una spossatezza mentale che non vi dico.  Quindi mi dovro' informare se posso lavarne un po' alla volta.  Non so neanche di che razza di pecore si tratti, nel senso stretto della parola.

Pero' se guardo oltre, ho un senso di soddisfazione incontenibile.  Pensare di trasformare un prodotto dallo stato  naturale in un filato e poi eventualmente in qualcosa da indossare mi da i brividi.  Mi fa anche riflettere.  Che pecca il pensare, il connettere esperienze con concetti di vita che ti trasformano dentro.  Eh, si' io ci penso e mi domando, ma come mai ci siamo fatti prendere la mano dall'industrializzazione?  Perche' ci siamo assuefatti a pensare che solo le cose prodotte in massa sono di qualita' passabile?    Io "uscirei pazza" a star li' ad avvitare lo stesso bullone, minuto dopo minuto, ora dopo ora, giorno dopo giorno per una vita.  Chi le sa fare piu' le cose dal principio alla fine?  Chi le sa insegnare?  Un tempo andavi ad imparare da chi una certa arte l'aveva praticata per anni, ora c'e' Google con i suoi video e le istruzioni 1. 2. 3.   Ma non e' la stessa cosa, manca il rapporto, manca la mano sicura di chi le cose le sa fare.  Una mano che ti ferma se stai per fare un errore irrimediabile.  Questo mi paralizza con la mia lana e se sbaglio e mi si infeltrisce?  Rovinata.  Provero' a chiamare la filatrice qui in citta'.  Magari mi da dei consigli.

Non e' solo la lana, e' anche la vita.  Tutto si risolve con un approccio alla Google.  Leggi il libro, partecipi all'incontro, prendi appunti.  Ma la vita e' troppo organica per essere vissuta cosi'.  Perche' bisogna leggere libri per imparare ad affrontare rapporti difficili? Che poi, tutti i rapporti sono difficili.  Perche' non ci si avvicina di piu' gli uni agli altri per farsi scaletta nella vita?  Abbiamo industrializzato anche quello, perche' e' la strada piu' conveniente; il minimo lavoro con il massimo rendimento.  Mi sembra pero' che ci rimettiamo.  Ci rimettiamo perche' in questo modo viviamo una vita sterile e antisettica e ci guardiamo intorno spersi in questo mondo che non sa fare piu' niente dalla A alla Z.

Ce n'e' voluto del tempo prima che queste perplessita' venissero a galla.  Sono cominciate come penso comincino tutte le grandi invenzioni, con una domanda: si puo'...?  Come quando mi sono chiesta, in crisi d'astinenza dei Sofficini, si possono fare a mano?  E la risposta e' stata: e certo che si'!  Con diverse ricette alla mano sono riuscita a ricrearne il sapore e la croccantezza.

Ho cominciato la mia rivoluzione al contrario, dai prodotti di massa alla produzione domestica.  Certo che e' fatica, vuoi mettere la differenza fra l'aprire una scatola di cartone e fare la pasta per l'involucro e stenderla, cuocere la salsina e tagliare la mozzarella in pezzetti piccoli abbastanza da non farla esplodere?  Nel tempo che ci metto io a farne abbastanza da rifocillare 5 bocche voraci, piu' la mia sai quanti ne sfornano alla Findus?  Ma non e' la stessa cosa.  No, perche' quando guardo i miei pargoli ed il marito leccarsi i baffi e le dita, sazi e contenti, mi si genera un calore dentro che puo' solo scaturire dai meandri del cuore, nella consapevolezza che da pochi ingredienti grezzi ho creato qualcosa che prima non c'era.  Il gesto dell'aprire una scatoletta, questo non me lo potra' mai dare.

E ritorniamo sempre al solito nodo.  Il tempo.  L'industrializzazione ci ha reso la vita piu' comoda, ma anche piu' veloce.  Mentre prima il ritmo della vita era scandito dalle stagioni e dalle attivita' che ciascuna di esse comportava, oggi ci ritroviamo schiavi del tempo e quando abbiamo del tempo libero lo rimpinziamo di attivita' perche' non sappiamo cos'altro farcene di questo tempo libero.  Ce la siamo proprio bevuta che ogni minuto deve essere utilizzato per produrre altrimenti va sprecato.  Io ne ho sprecato stamani, a guardare un o'possum su un albero in giardino, mentre avrei dovuto essere in casa a fare qualcosa di utile.  Ne ho sprecato dell'altro ad oziare cinque minuti in piu' a letto ad ascoltare gli uccelli che alla vigilia di dicembre cantano come se fosse primavera.  E poi ancora nel pomeriggio ad osservare la bietola che cresce nell'orto.  Eppure mi sento rifocillata, in questo tempo sprecato, donato alla natura, passato a riconoscere che c'e' qualcosa al di fuori di questo vivere cosi' egoistico, alimentato da una continua insistenza di essere produttivi.   Basta, non si puo' sempre vivere osservandosi costantemente l'ombelico, ripiegati su se stessi e determinati ad appagare questo senso vuoto da indigestione.

E in attesa di lavare la lana mi sono fatta intanto l'arcolaio. Dalla A alla Z, un'asse di 3 metri e' diventata cosi':

















In fase di lavorazione.


Arcolaio completato!

Saturday, March 2, 2013

Sabato sprecato

Che giornata, mi vien da dire da buttare.  Niente orto e niente lana.  Uno di quei giorni che ti eri prefissa di riempirlo fitto fitto di cose belle, buone e produttive e ti ritrovi alla fine con i panni da asciugare, un sentiero marcato da scarpe, calzini e pantaloni che ti porta dritta dritta al letto del piu' piccino e dulcis in fundo il giubbotto incrostato di mota perche' e' cascato fuori e l'ha appoggiato li'.  E io, mamma snaturata, alle dieci e mezzo la sera non mi ci metto a pulirlo.  Si fara' domani, anche se e' domenica e ci si dovrebbe riposare.

L'unica cosa che ho combinato sono stati guai con i figli, perche' dopo l'ennesimo becchettio non ce l'ho fatta piu' e ho spettinato tutti.  E succede sempre cosi' quando mi sento con l'acqua alla gola, sommersa dagli impegni quotidiani della vita familiare.  Per non affogare nei panni e per non essere inghiottita dalle sabbie mobili dei piatti, allungo il collo piu' che posso e vedo miraggi della fine di questo tunnel infinito.  Ed e' una brutta cosa perche' nel tunnel ci sono ancora e gli spiragli sono rari.  Sognavo di poter tirare su i piedi dopo aver fatto tutte le faccende e invece...stasera straordinario, come tutte le sere.  Ma anche il sabato, dico io!  E sul piu' bello dei miei sogni ad occhi aperti vengo strattonata nel ruolo di arbitro dal Terzo, che dovrebbe finirla di frignare, e dal Primo che alla sua eta' dovrebbe aver di meglio da fare che litigare con quelli piu' piccini di lui.  A forza di sentire "E lui..." di qui e "Ha detto..." di la', ho perso le staffe...e sono caduta da cavallo...e che tonfo!  Colpa mia, perche' non so galleggiare quando la vita esonda.  Con l'acqua alla gola, invece, mi appiglio a qualunque cosa mi passi a tiro e non sempre e' un bene, come oggi.

Allora mi attardo, sentendomi sconfitta anche oggi con questa giornata sulle spalle, che vorrei si potesse   disfare come una maglia quando hai sbagliato punto, riaggomitolare il tempo e avviare il lavoro da capo.  Ma non si puo'.

La mia nonna che ha passato due guerre diceva sempre che "un si butta mai via nulla". E la giornata mi rigira per il cervello. Se non e' da buttare, come la riciclo?  Nonna, Nonna, fossi qui te a dirmelo. Ma un'idea mi e' venuta.  Ai tempi del medioevo quando costruivano i castelli, riempivano le mura di detriti, oggetti e materiali inutilizzabili. E se anche io questa giornata da rifiuto la infilassi fra le mura della mia vita? Per dargli sostanza e per colmare il vuoto che a volte si forma quando le cose vanno storte.  Facciamo come i medievali allora, che intanto i loro castelli son sempre li', mettiamoci una pietra sopra e, con le dovute scuse, tiriamo avanti.